Il corpo delle donne nel loro lavoro: le sculture di Simone Leigh a New York

Chi vive a New York e si è trovato di recente a passeggiare all’altezza della trentesima strada, verso le avenue ottava e nona, avrà notato una sagoma rotonda e quasi aliena spuntare dalla High-Line.

L’opera d’arte in questione, la prima della nuova sezione ‘Spur’ della famosa sopraelevata, si chiama Brick House ed è opera della scultrice cinquantenne Simone Leigh.

“Brick House” è una statua di bronzo alta cinque metri che rappresenta una donna con il torso infilato in un cilindro che le fa sia da gonna che da casa ed è un lavoro così mastodontico che ci sono voluti due anni a finirlo.

La scultura allude a diverse forme architettoniche: le case del Benin e del Togo, le forme coniche delle abitazioni in Camerun e in Ciad ma anche la poco politically correct architettura del ristorante ‘Mammy’s Cupboard’ nel Mississippi (per crearla ci sono volute quattro tonnellate di argilla e quasi tre tonnellate di bronzo per fonderla).

L’artista di Chicago, di origini giamaicane, ha ricevuto il premio Hugo Boss 2018: una somma di 100.000 dollari e l’allestimento di uno spazio nel museo Guggenheim di New York.Simone Leigh è tra gli artisti americani contemporanei più popolari del momento e a ragione: le sue opere sono meravigliose e contemporanee per davvero, parlano di lavoro, del ruolo delle donne, delle donne di colore soprattutto e del loro corpo.

Leigh è la dodicesima artista a ricevere il prestigioso premio che esiste dal 1996 ed è stata selezionata da una giuria internazionale di critici e curatori d’arte.

La sua attenzione è principalmente rivolta all’arte africana e all’etnografia: i suoi lavori, che incorporano materiali e forme tradizionalmente associate all’arte e alla diaspora africana parlano spesso dell’esperienza di essere donne e donne di colore.

La mostra di Leigh al Guggenheim, “Loophole of Retreat” è fatta di sculture, di forme e suoni che sono storie di resistenza e resilienza. Non sono solo le tre imponenti e meravigliose sculture a occupare lo spazio riservatole nella torre del secondo piano, ma anche l’installazione di una parete di cemento traforata (tipica del sud del mondo) dalla quale si intravede una scultura più piccola abbinata ad una registrazione. Ed è proprio in questa registrazione che si rintraccia il lavoro di ricerca della Leigh. Si tratta di un’installazione sonora, creata con l’aiuto dell’artista-poeta Moor Mother che unisce i suoni della musica di fine anni ‘70  a quelli di una protesta fuori ad un carcere di Brooklyn e ai fatti del bombardamento del 1985 della casa dell’organizzazione rivoluzionaria MOVE. L’intento di Leigh è rendere omaggio a Debbie Africa, una delle donne arrestate durante quel raid e ai tempi incinta di otto mesi. Il suo bambino nacque in prigione di nascosto, e per i primi tre giorni le sue compagne di cella riuscirono a camuffare i pianti e i rumori del neonato, cantando, chiacchierando, tossendo… Questa nascita miracolosa è per Leigh tra le storie più rappresentative della resilienza di una donna di colore.

HBP18SimoneLeigh_Jug.jpg

‘Jug’ è una una donna-tazza, nera e senza occhi: le interpretazioni e i paragoni qualsiasi essi siano, sono immediati. ‘Panoptica’ è una ‘montagna di fieno con una canna fumaria per testa, tutti i suoi lavori sanno di ‘tribale’ ma non di fragile o debole, anzi, le donne di Leigh sono solide e resistenti.I lavori della prima stanza, ‘Jug’, ‘Sentinel’ e ‘Panoptica’ ci dicono che a Leigh piace utilizzare materiali e forme semplici e ‘domestiche’ e poi aggiungerci delle sembianze antropomorfe.

Tra le donne che hanno ispirato il lavoro di Simone, anche Harriet Jacobs, la scrittrice attivista che aveva vissuto in schiavitù da giovane e aveva poi raccontato dei sette anni della sua vita a nascondersi dal suo padrone nella soffitta della casa di sua nonna.

Anche la sala cinema del Guggenheim ospita un lavoro di Simone Leigh, è un cortometraggio di 11 minuti ‘Untitled (M*A*S*H)’ che parla dell’organizzazione segreta United Order of Tents fondata da alcune infermiere di colore nel 1840 che assistevano i lavoratori che stavano costruendo la ferrovia.

“Come hai concepito lo spazio che ti ha assegnato il Guggenheim?” – ha chiesto il pubblico in un’intervista durante la fiera Frieze 2019 a Randall’s Island.

“Lo spazio che le mie opere occupano non è molto significativo, ma il museo Guggenheim tutto lo è.

Il Guggenheim stesso è un’opera d’arte, eppure data la sua architettura inusuale, i corridoi in discesa e il gioco vedo-non vedo che si crea con le opere d’arte fanno del museo una specie di ‘prigione’, una prigione dell’arte” – risponde Leigh.

Simone, che non ha studiato arte ma filosofia, è diventata ceramista per hobby e ha confessato in una recente intervista: “ Non ho mai pensato di diventare un’artista ‘in voga’ ma mi rendo conto che il mondo dell’arte sta cambiando e in meglio. Il successo che stanno riscuotendo gli artisti di colore è più una rettifica che una moda, ma è qui per rimanere”.

Pubblicato il 29 maggio su lavocedinewyork.com

Photo credit: Simone Leigh, Brick House, 2019. A High Line Plinth commission. On view June 2019 – September 2020. Photo by Timothy Schenck. Courtesy the High Line
Photo credit: Simone Leigh -Jug, 2019 Bronze 214.6 x 126 x 123.8 cm Courtesy the artist and Luhring Augustine, New York Installation view: The Hugo Boss Prize 2018: Simone Leigh, Loophole of Retreat, David Heald © 2019 The Solomon R. Guggenheim Foundation
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