“Ride”, lo sguardo tragicomico di Valerio Mastandrea su lutto e norme sociali

Il Festival del cinema italiano”Open Roads” del Lincoln Center presenta domani 8 giugno il primo film di Valerio Mastandrea da regista: Ride, o in inglese “Laughing”.

È stato un anno cinematograficamente bello per Mastandrea, lo abbiamo visto, tra le tante cose, in “Euforia” con la regia di Golino e come sceneggiatore de “La profezia dell’armadillo” con la regia di Scaringi. Quando gli chiediamo quale ruolo si sente più “suo” ci dice “ Non ho specifiche velleità da scrittore, ma mi piace fare un po’ di tutto. Lavorare nel cinema è uno dei mestieri più belli che ci sia e io cerco di viverlo da più lati”.

“Ride” è un film che parla di lutto ma soprattutto di regole sociali che interferiscono con i sentimenti privati del dolore.

Carolina è una giovane vedova e madre alla quale muore il marito in maniera improvvisa, ma che non piange. Lei ci prova a piangere, ma non le esce una lacrima.

Il film si apre su una cucina e un appartamento vissutissimo, colorato e pieno di cose familiari, come se niente fosse cambiato o successo. Una madre giovane, e il figlio pure, si interrogano a vicenda su cosa indossare l’indomani “Tu ti metti un vestito nero?” chiede Bruno alla madre.

Da spettatori non sappiamo subito cosa pensare, gli attori (Chiara Martegiani e Arturo Marchetti) sono bravissimi a esprimere le loro emozioni non-emozioni, li osserviamo per capire che cosa “dobbiamo” provare… ma non si capisce. Cosa manca in quella casa dove non manca niente?

“Non ti è morto il cane lupo”, dice l’amico di Bruno, e infatti a Bruno è mancato il padre.

La scena si sposta sul tetto della casa, l’amico prepara Bruno a rispondere a eventuali domande della stampa sulla misteriosa morte di suo padre, di cui sappiamo solo il nome e non molto altro. E’ qui che si capisce la linea tragi-comica del film ed è qui che cominciamo a sorridere.

L’ironia continua poi attraverso una sfilza di persone che si presentano, dal nulla, per fare le condoglianze: la fidanzata delle superiori del defunto, l’amico di calcetto che nessuno vedeva da anni, o la coppia di amici che sta divorziando e che dicono a Carolina “Voi due invece non vi lascerete mai”.

“Io voglio e devo stare male” dice Carolina – “da quando e’ successo sto benissimo, mi lavo, mangio come un maiale…” E il figlio: “Ti ho visto ridere un sacco di volte. Quando mi chiedono come sta mia madre non lo dico. Perché non piangi mai?”  Sono queste le battute che racchiudono bene il film.

La tristezza c’è e commuove… quando Bruno prende la bici e va a strappare i manifesti del funerale del padre o quando la moglie si trucca e poi butta a letto ad ascoltare una nota vocale del marito che le canta “E sei così bella” di Graziani.

Come ti è stata spiegata la parte? Chiediamo a Chiara Martegiani, la Carolina del film.

“Quando ho letto la sceneggiatura mi sono innamorata del personaggio, vederne uno così in Italia è molto difficile. Vediamo tanti stereotipi di donne ma poche donne vere sullo schermo. Mi sono innamorata della sua leggera ironia, è un personaggio che è sempre a un passo tra il dramma e la comicità, una linea molto sottile. Il lavoro più grande è stato costruire il pensiero di questa donna visto che non parla molto ma anzi è sempre passiva e sono i suoi occhi a parlare. Ho costruito il personaggio con Valerio, abbiamo ragionato insieme per capire che tipo di persona potesse essere, quale fosse il suo passato, da dove venisse.”

E prosegue: “Mi sono sentita una bella responsabilità ad essere la protagonista del primo film diretto da Valerio. Lui è un attore con anni di esperienza capace di entrare nelle parti molto velocemente e ovviamente chiedeva a noi attori di fare lo stesso. Ho anche trovato che il personaggio di Carolina gli assomigliasse molto, e questo ha aggiunto alla responsabilità che sentivo”.

Perché questo primo film triste?, chiediamo a Valerio Mastandrea.

“La tristezza non era contemplata; si parla di perdita, ovvio, ma è una riflessione su come oggi siamo in difficoltà anche ad affrontare il tema del dolore come vorremmo perché siamo condizionati da situazioni e regole che quasi determinano queste emozioni basilari delle persone, dalla gioia al dolore”

La pioggia dentro casa, scena onirica ed espediente “alla Anderson”, come la pioggia di rane, arriva a rompere gli schemi del film. E’ come un pianto, ma uno completo che avvolge tutta la scena e le persone che vi ci entrano. Bruno stesso prenderà riparo sotto l’ombrello.

Pubblicato l’8 giugno su lavocedinewyork.com

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