“Un giorno all’improvviso”: con resilienza e identità, il rapporto tra madre e figlio

All’interno della rassegna OpenRoads 2019, sarà possibile vedere sabato 8 giugno alle ore 15.30, il primo film del regista Ciro D’Emilio: “Un giorno all’improvviso”.

Il festival, che porta a New York una selezione dei migliori film italiani degli ultimi 12 mesi, non si smentisce neanche questa volta e anzi, consente agli amanti del cinema italiano di vedere film bellissimi che sarebbe altrimenti difficile recuperare.

Un giorno all’improvviso è un film poetico che racconta un amore ossessivo: quello del diciassettenne Antonio per la madre Miriam che ha qualche disturbo mentale ed è sull’orlo di perdere la tutela genitoriale.

La famiglia a due vede spesso i ruoli capovolti, è Antonio a ricordare alla madre di prendere le medicine ed è lui a rinunciare all’ultimo boccone: “Ho mangiato a lavoro, non ti preoccupare”.

Il film è pieno di scene semplici e profonde che parlano di relazioni, di affetti stretti e ‘carnali’, si vede nel modo in cui i personaggi si abbracciano, si toccano e si stanno vicinissimi. O quando madre e figlio ballano insieme.

Un giorno all’improvviso è un film girato in dialetto in un posto imprecisato della Campania ed è finalmente un film che non parla di delinquenza, dove non si parla di disagio sociale che porta alla criminalità. Anzi. Antonio non va a scuola perché ha bisogno di lavorare, lavora nei campi e ha il turno di notte dal benzinaio.

La sua resilienza è fenomenale e anche il suo senso di responsabilità tanto che “è un diciassettenne che non sa di avere diciassette anni, non se n’è mai accorto, vive come un uomo di quaranta e ama come un bambino di otto anni” spiega D’Emilio.

La madre, Miriam, è il suo più grande amore e il suo più grande problema, questo amore è così forte che non c’è spazio per nessun altro, neanche per la fidanzata Sara. “Io non mi posso prendere cura di te” le dice Antonio. “Ma noi abbiamo solo 17 anni” risponde Sara. “E io non me ne sono accorto” ribatte Antonio che è dovuto crescere in fretta e che sa amare solo prendendosi cura di una persona.

E’ la ‘cura’ un altro tema centrale nella narrazione di D’Emilio: la cura nel coltivare i limoni,  che poi venderanno al mercato e che devono crescere “duri”. “Li hai tastati i limoni? Tuo nonno diceva sempre che la qualità dei limoni la fa la durezza” istruisce Miriam rivolgendosi al figlio…e la cura nelle limonate fresche che guariscono i raffreddori e i mal di testa..

“E’ così invadente l’amore che Miriam richiede da non lasciare più spazio per niente e per nessuno. E’ una relazione che può esistere in qualsiasi provincia del mondo, è una storia universale” ci dice D’Emilio. “E’ in dialetto è vero, ma quello è per l’identità. Io sono ossessionato da due valori, la ricerca dell’identità e la resilienza. Tutte le storie che provo a raccontare sono basate su questi due valori”

Ci racconti la genesi del film?

“Ho iniziato a scrivere questo film nel 2013 ma venivo da anni di scrittura ‘solitaria’ di corti. Ero pronto per un lungometraggio proprio nel momento in cui ho incontrato Cosimo Calamini. Abbiamo passato settimane e settimane a conoscerci, a scrivere ovunque fosse possibile. Non avevamo né soldi né un produttore, qualche volta usavamo lo studio della moglie quando non aveva pazienti, o scrivevamo al bar. Siamo entrambi appassionati di calcio e sapevamo che ne avremmo parlato nel film, poi Calamini conosceva tante storie perché aveva fatto il reporter di “Sfide”, un programma di sport della Rai dove avevano raccontato la storia di Antonio Cassano per esempio. Cassano era cresciuto senza padre ed aveva un rapporto molto stretto e ossessivo con la madre. Non direi che il personaggio è ispirato a lui ma ha segnato un punto di partenza. Il film è stato fatto con un budget piccolissimo di 350.000 euro ed è stato girato in quattro settimane di ripresa e portato a Venezia in tempi record, consegnato dopo tre settimane di lavoro”.

Come lo vedresti fare un film a New York? Chiediamo anche al regista D’Emilio.

“New York ti da l’illusione di pensare che si possano raccontare tutte le storie del mondo. Fai un close up a Central Park e puoi raccontare una storia da Kim Ki-duk e poi se sei per strada pensi a Scorsese.”

Io a Central Park penso sempre a Woody Allen.

“Si certo se allarghi è Woody Allen, se stringi sul laghetto è Kim Ki-duk”.

 

Pubblicato l’8 giugno su lavocedinewyork.com

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